di Alessandra Schofield
Chi vuole vivere per sempre? L’immortalità biologica, cerebrale, transumana e… digitale. Fin dall’antichità l’umanità coltiva l’idea dell’immortalità, se non addirittura proprio l’aspirazione a vivere per sempre. Who wants to live forever? Cantava Freddie Mercury nella immortale – quella sì, davvero – colonna sonora di Highlander. Il recente rapporto Eurispes “Il mercato dell’immortalità – Nuova società, nuove sensibilità” descrive in modo dettagliato come il desiderio umano di sopravvivere alla morte stia assumendo nuove forme grazie allo sviluppo tecnologico, spostando questa concezione dal mito alla scienza. Alcuni progressi negli ambiti di intelligenza artificiale, biotecnologie e neuroscienze fanno immaginare modi concreti per superare i limiti biologici dell’esistenza, ponendo temi importanti non solo dal punto di vista tecnico, ma anche da quello economico, sociale e culturale.
Rallentare o invertire l’invecchiamento attraverso terapie genetiche, trattamenti anti-aging e tecniche di rigenerazione dei tessuti puntano all’allungamento della vita biologica. Alcuni progetti prevedono anche l’uso di cellule staminali o la clonazione terapeutica per sostituire parti del corpo danneggiate. Questo settore attrae forti investimenti da parte di imprenditori e grandi aziende tecnologiche e farmaceutiche, configurando una vera e propria economia della longevità. Si tratterebbe di tecnologie costose e accessibili soprattutto a individui molto ricchi.
La criopreservazione rappresenta un secondo percorso. In questo caso il corpo umano, dopo la morte clinica, viene raffreddato rapidamente e trattato con sostanze chimiche per evitare danni ai tessuti, quindi conservato in contenitori di azoto liquido a temperature estremamente basse. L’idea è che in futuro la medicina possa trovare un modo per riportare in vita queste persone. In alcuni casi si ipotizza la conservazione del solo cervello o della testa, ritenendo che l’identità personale risieda nelle strutture cerebrali. I costi sarebbero, anche qui, molto elevati, e il servizio verrebbe finanziato attraverso polizze assicurative che pagano la conservazione dopo la morte del contraente.
Un terzo filone riguarda il transumanesimo, cioè la prospettiva di superare i limiti biologici attraverso la tecnologia. In questo ambito si collocano le protesi bioniche, gli impianti neurali e i dispositivi che permettono di collegare il cervello ai computer. L’obiettivo più radicale consiste nel trasferire la mente su supporti digitali, in modo che l’individuo possa continuare a esistere indipendentemente dal corpo. Questa ipotesi viene chiamata mind uploading e presuppone che memorie, pensieri ed emozioni possano essere simulati in un ambiente informatico. Anche questa prospettiva è ancora largamente teorica.
Il rapporto Eurispes, però, spiega che esiste una forma di immortalità già concreta e commercializzabile: l’immortalità digitale. In questo caso non si tratta di prolungare la vita biologica né di trasferire la coscienza, ma di conservare la personalità di qualcuno in forma digitale. I dati che ogni individuo produce durante la vita – email, fotografie, video, messaggi vocali, contenuti sui social network – possono essere raccolti e analizzati da sistemi di intelligenza artificiale che ricostruiscono il modo di parlare e di comportarsi di quella persona. Il risultato è un agente virtuale con cui è possibile dialogare, dando l’impressione di parlare con il defunto. A tutti noi, probabilmente, è capitato di vedere video nei quali personaggi famosi giovani interloquiscono con i loro sé stessi anziani o defunti. Ecco, sono creati in questo modo.
Ovviamente questa forma di immortalità è simbolica: non implica affatto la sopravvivenza della coscienza, ma permette di “mantenere” una presenza comunicativa e sociale di una persona dopo la sua morte. O meglio, il simulacro della presenza di una persona. La proiezione digitale di ciò che quella persona è stata. Anzi, la proiezione digitale di alcuni aspetti esteriori di quella persona.
La così chiamata immortalità digitale si realizza soprattutto attraverso sistemi chiamati deadbot o chatbot postumi, in grado di riprodurre lo stile linguistico e il comportamento del defunto e addirittura sostenere con lei o con lui conversazioni “realistiche” (le virgolette sono nuovamente d’obbligo). Esistono diverse varianti: alcuni sistemi sono progettati semplicemente per simulare la conversazione, altri sono pensati per aiutare le persone ad affrontare il lutto. In prospettive più avanzate si immaginano avatar tridimensionali, ologrammi o robot umanoidi che rappresentano la persona scomparsa.
Sta nascendo un settore economico dedicato a questi servizi, la Digital Afterlife Industry. Si tratta di un insieme di imprese che raccolgono e gestiscono i dati digitali delle persone e li utilizzano per creare repliche virtuali. Il processo comprende la raccolta delle informazioni digitali, l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, la costruzione del chatbot e la distribuzione del servizio. In questo sistema intervengono diversi soggetti, tra cui chi fornisce i dati, chi li conserva e chi utilizza le repliche digitali. Questi servizi rientrano in un settore più ampio chiamato death tech, che comprende tutte le tecnologie legate alla morte e al fine vita. Una parte specifica di questo settore è la grief tech, cioè l’insieme delle tecnologie destinate ad aiutare le persone ad affrontare il lutto. L’idea è che i sistemi di immortalità digitale possano essere utilizzati proprio con questa funzione, permettendo di mantenere una parvenza di rapporto con la persona scomparsa, fino a che non si è pronti ad accettarne la dipartita.
Cosa pensano gli utenti di tutto ciò? Le ricerche disponibili sono ancora limitate, ma già indicano atteggiamenti diversi. Alcune persone mostrano interesse verso queste tecnologie, mentre altre le considerano irrispettose o culturalmente inaccettabili. L’accettazione sembra maggiore tra i giovani e tra chi utilizza più intensamente Internet. Si prefigurano inoltre due situazioni principali: la progettazione della replica digitale da parte dell’individuo stesso quando è ancora in vita oppure la realizzazione da parte dei familiari dopo la sua morte.
A livello etico e giuridico, le norme attuali non stabiliscono con chiarezza chi abbia il diritto di controllare i dati digitali dopo la morte, con il potenziale rischio di conflitti tra familiari, aziende e altri soggetti. Un problema centrale riguarda il consenso del defunto, poiché non sempre è chiaro se una persona avrebbe voluto essere replicata digitalmente e come debbano essere rispettate le sue volontà. Si discute perciò anche la possibilità di inserire nei testamenti digitali indicazioni esplicite per autorizzare o vietare la creazione di repliche virtuali.
Quali possono essere gli effetti psicologici dei sistemi di immortalità digitale? La relazione che si crea con la replica virtuale del defunto può essere molto intensa, cosa che può aiutare alcune persone a mantenere un legame affettivo, ma può anche rendere più difficile accettare la perdita. L’interazione continua con un agente virtuale può favorire attaccamenti eccessivi o dipendenza emotiva e può interferire con il processo di elaborazione del lutto. E cosa accadrà quando il passo successivo sarà ricreare un partner digitale con le stesse caratteristiche di quello che ci ha lasciato, ma non è morto? Quando saremo in grado di intraprendere una relazione nuova, se restiamo avvinghiati a uno spettro di rapporto?
Si pone anche il rischio di una “seconda perdita”, qualora la replica digitale smetta di funzionare o i dati vengano cancellati. Le ripercussioni emotive possiamo facilmente immaginarle da soli.
