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di Alessandra Schofield

Lo Smart Working in Italia In crescita durante la pandemia e ora sotto la media europea. Il report “Smart working: da necessità a nuovo stile di vita”, pubblicato il 25 febbraio 2026 dall’ISTAT, analizza la diffusione del lavoro da remoto in Italia nel 2023 sulla base dei dati del Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, evidenziando le differenze territoriali, settoriali e socio-demografiche che caratterizzano l’utilizzo dello smart working. Altro è il lavoro da remoto, che consiste nella possibilità di svolgere le proprie mansioni fuori dagli uffici tradizionali utilizzando strumenti digitali. Lo smart working, infatti, prevede una modalità organizzativa flessibile per obiettivi senza vincoli rigidi di luogo e orario, a sua volta diverso dal telelavoro, caratterizzato da maggiore rigidità organizzativa.
Nel 2023, poco meno di 3,4 milioni di occupati hanno svolto almeno un giorno di lavoro a distanza nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, pari al 13,8% del totale. Di questi, circa 1,436 milioni hanno lavorato da casa almeno metà dei giorni lavorativi, mentre 1,933 milioni hanno adottato questa modalità in misura più limitata. Il fenomeno ha avuto una crescita significativa durante la pandemia: nel 2021 avevano lavorato da remoto 3.577.984 persone, pari al 15,1% degli occupati, mentre nel 2018 e nel 2019 la quota si fermava al 4,8%. Dopo il picco pandemico, nel 2022 e nel 2023 si osserva una stabilizzazione del fenomeno, con una quota costante del 13,8%.
Nonostante questa crescita, l’Italia rimane al di sotto della media europea. Nel 2023 la quota di occupati che ha lavorato da casa almeno metà dei giorni è pari al 5,9%, contro una media dell’Unione europea del 9,1%. I valori più elevati si registrano in Finlandia (22,2%) e Irlanda (21,8%), seguite da Svezia (15,3%) e Belgio (14,6%), mentre Germania e Francia superano entrambe il 10%.
La diffusione del lavoro agile varia sensibilmente sul territorio nazionale. Nel Nord-est il 17,1% degli occupati ha lavorato a distanza almeno un giorno, nel Centro la quota è leggermente inferiore, mentre nel Nord-ovest si attesta all’11,9% e nel Sud al 10,2%, valori entrambi sotto la media nazionale. Nelle Isole la quota scende al 9,7%. A livello regionale il Lazio guida la graduatoria con il 21,5%, seguito da Lombardia (18,6%) e Piemonte (14,5%), mentre tutte le regioni del Mezzogiorno restano sotto il 10%, con eccezioni per Campania (11,1%), Abruzzo (10,3%) e Sardegna (10,2%).
A livello provinciale, la diffusione del lavoro da remoto è più elevata nelle aree metropolitane. Nella città metropolitana di Milano la quota sfiora il 30%, nella provincia di Monza e Brianza raggiunge il 21%, mentre nella città metropolitana di Roma arriva al 25%. Al Sud il valore più elevato si registra nella città metropolitana di Napoli (12,7%), mentre nelle Isole spicca Cagliari con il 16%. All’estremo opposto, nella provincia di Enna la quota si ferma al 5,8%. Nei comuni con più di 150 mila abitanti, il lavoro da remoto supera la media nazionale in 19 casi su 27, con i valori più elevati a Milano (38,3%), Roma (29,4%), Bologna (27,7%) e Torino (24,6%).
La diffusione dello smart working varia anche per settore economico. I livelli più elevati si registrano nei Servizi dell’informazione e comunicazione, con il 60,2% degli occupati coinvolti, seguiti dalle Attività finanziarie e assicurative con il 43,7%, dalle Organizzazioni extraterritoriali con il 41,0% e dalle Attività professionali, scientifiche e tecniche con il 36,9%. Nella maggior parte degli altri settori, invece, la diffusione è molto più contenuta. Tra quelli con incidenze più basse figurano le Attività di famiglie come datori di lavoro per personale domestico (2,9%), i Servizi di alloggio e ristorazione (3,8%), l’Agricoltura (4,1%) e la Sanità e assistenza sociale (5,7%).
Anche il tipo di professione incide. Il cosiddetto “lavoro agile” riguarda soprattutto le professioni ad elevata specializzazione, che registrano una quota del 30,2%. Seguono i lavori esecutivi d’ufficio con il 25,4%, le attività a media qualificazione con il 24,7% e le posizioni dirigenziali o di gestione di imprese con il 24,3%. Le percentuali più basse si osservano nelle attività manuali, come gli addetti a impianti di produzione (1,8%), la coltivazione e allevamento (1,9%) e il lavoro operaio non qualificato (2,6%).
Lo smart working è più diffuso tra le donne. Nel 2023 il 15,2% delle occupate ha lavorato almeno qualche giorno da remoto, contro il 12,7% degli uomini. Le differenze variano territorialmente: nel Lazio la quota è del 23,7% tra le donne e del 19,7% tra gli uomini, in Basilicata 10,9% contro 7,5%, in Campania 13,2% contro 9,9%. In alcune città la differenza è particolarmente marcata, come a Napoli dove il 20,3% delle donne ha sperimentato lo smart working contro il 12,6% degli uomini.
La diffusione varia anche per classe di età. Il lavoro agile riguarda il 15,1% degli occupati tra i 30 e i 49 anni, il 12,7% degli over 50 e il 12,3% dei giovani tra 15 e 29 anni. In alcune città la differenza è più accentuata: a Milano, ad esempio, oltre il 44% degli occupati tra i 30 e i 49 anni ha lavorato da remoto, contro il 32,4% dei più giovani e il 33,1% degli over 49.
Un altro elemento rilevante è il livello di istruzione. Tra i laureati il 29% ha lavorato da remoto almeno qualche giorno, contro il 10,9% dei diplomati e il 3,3% di chi possiede al massimo la licenza media. In Lombardia e Lazio la quota di laureati in smart working sfiora il 40%, mentre in Sicilia, Valle d’Aosta e Calabria resta sotto il 20%. Nei comuni con più di 150 mila abitanti la percentuale di laureati che lavorano a distanza raggiunge il 38,8%, con valori particolarmente elevati a Milano, dove oltre la metà dei laureati svolge parte dell’attività fuori sede, e a Roma, dove la quota è pari al 42%.

Sebbene i lavoratori ritengano che lo smart working consenta una migliore conciliazione tra impegni professionali e familiari, specialmente per le donne e i giovani adulti, maggiore elasticità nell’organizzazione dei tempi e delle modalità di lavoro, in particolare per le professioni altamente qualificate, elevata sostenibilità ambientale, in quanto contribuisce alla riduzione del traffico e dell’inquinamento e risparmio su tempi e i costi legati agli spostamenti quotidiani (pendolarismo), gli aspetti negativi sollevati includono il rischio di isolamento professionale per i lavoratori più giovani (15-29 anni), ove l’assenza dalla sede potrebbe influire negativamente sulle dinamiche relazionali con colleghi e superiori e, di conseguenza, sulla progressione di carriera, minore autonomia decisionale per profili junior o meno qualificati che possono soffrire di una minore autonomia decisionale quando lavorano da remoto, criticità nella gestione degli spazi nei luoghi di lavoro e disuguaglianza di accesso tra chi può accedervi (laureati, settori tecnologici/finanziari) e chi ne è escluso per la natura manuale o operativa della mansione. Molti lavoratori, inoltre, riferiscono di lavorare di più da casa rispetto all’ufficio (+28% degli intervistati), con un aumento effettivo delle ore lavorate.

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