di Alessandra Schofield

Facoltà e atenei universitari che favoriscono di più l’occupazione. La classifica Censis. Anche per l’anno accademico 2025/2026, il Censis ha presentato la propria classifica delle università italiane, giunta alla venticinquesima edizione. L’indagine si propone come uno strumento utile all’orientamento per migliaia di studenti e famiglie, attraverso una approfondita analisi del sistema universitario italiano pubblico e privato. Le classifiche sono articolate in base alla dimensione degli atenei e prendono in esame i sei ambiti principali dei servizi agli studenti, delle borse di studio, delle strutture, dellla comunicazione e de servizi digitali, dell’internazionalizzazione e delle prospettive di occupazione post laurea.
La ricerca prende l’avvio dalle immatricolazioni universitarie che, secondo i dati provvisori riferiti a marzo 2025, sono aumentate del 5,3% rispetto allo stesso periodo del 2024. Si conferma così il trend positivo già avviato negli anni precedenti, che si era momentaneamente interrotto nel biennio 2021-2022 a seguito della pandemia. Ma la distribuzione territoriale del fenomeno è disomogenea: le università del Centro Italia hanno registrato l’incremento più marcato (+14%), seguite da quelle del Sud (+6,1%), mentre al Nord la crescita è risultata più contenuta, fino a diventare negativa nel Nord-Ovest (-0,9%).
Per quanto riguarda le preferenze formative, l’area economica e sociale rimane la più scelta dagli immatricolati (35,4%), trainata in particolare dai corsi di economia. Seguono le discipline STEM con il 28,6% degli iscritti, al cui interno si distinguono i corsi di ingegneria industriale e dell’informazione. L’area sanitaria e agro-veterinaria accoglie il 18,4% degli immatricolati, mentre quella artistica, letteraria ed educativa ne coinvolge il 17,6%.
Osservando l’evoluzione delle immatricolazioni in un arco di 25 anni (dal 2000/2001 al 2024/2025), si nota un aumento complessivo del 21,3%, con significative differenziazioni tra aree disciplinari. Le più dinamiche sono quelle scientifiche e sanitarie: l’area STEM ha registrato una crescita del 42,8%, mentre quella sanitaria e agro-veterinaria è cresciuta del 63,2%. Tra i dati più significativi spicca l’aumento del 224,9% degli immatricolati nei corsi di scienze motorie, che raggiunge addirittura il +309,5% tra i maschi. Al contrario, l’ambito giuridico ha subito un crollo del 25,3%, parzialmente compensato dalla forte crescita dei corsi di economia (+27,6%) e psicologia (+22,8%).
Il documento evidenzia anche segnali di un lento, ma progressivo, riequilibrio di genere nelle discipline tecnico-scientifiche: crescono sensibilmente le immatricolazioni da parte della popolazione femminile nei corsi di ingegneria industriale (+173,6%) e nel gruppo scientifico (+83,8%), benché il divario con i colleghi maschi resti marcato in ambiti come l’informatica.
La classifica vera e propria suddivide gli atenei in base alla loro dimensione. Tra i atenei statali di maggiori dimensioni, con oltre 40.000 iscritti, si conferma al primo posto l’Università di Padova, seguita da Bologna e Pisa. Roma La Sapienza e Milano Statale condividono il quarto posto. Tra i grandi atenei (20.000–40.000 iscritti) si distingue l’Università della Calabria, che supera Pavia e Perugia. L’Università di Trento guida invece la classifica degli atenei medi (10.000–20.000 iscritti), davanti a Udine, Marche e Siena. Tra i piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) primeggia Camerino, mentre tra i politecnici domina nettamente il Politecnico di Milano, seguito da quello di Torino.
Tra gli atenei non statali, la LUISS di Roma si conferma al vertice dei grandi atenei, superando Bocconi e Cattolica. La LUMSA guida la classifica dei medi, mentre tra i piccoli spiccano la Libera Università di Bolzano, l’Università Europea di Roma e il Campus Biomedico.
Le graduatorie sono state costruite a partire da fonti ufficiali (Ministero, Almalaurea, Erasmus+, uffici statistici degli atenei) e tengono conto anche delle performance nei corsi di laurea triennali, magistrali biennali e a ciclo unico. In quest’ottica, l’indagine Censis non fotografa solo la reputazione degli atenei, ma ne analizza in modo sistemico l’efficacia formativa, la proiezione internazionale e la capacità di inserimento dei laureati nel mercato del lavoro, che ne misura l’efficacia concreta in termini occupazionali

Il dato preso in considerazione è il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo, riferito ai laureati del 2023 nelle lauree magistrali biennali e a ciclo unico. L’analisi restituisce un quadro fortemente disomogeneo, nel quale le università del Nord e i politecnici si confermano come realtà ad alta performance occupazionale. Il Politecnico di Milano e quello di Torino ottengono il punteggio massimo di 110, seguiti da quello di Bari (109) e dallo IUAV di Venezia (97). Questi dati evidenziano una stretta connessione tra formazione tecnico-scientifica e mercato del lavoro, che si traduce in tempi rapidi di ingresso nelle professioni e in un alto tasso di occupazione tra i neolaureati. Anche tra i grandi atenei statali del Centro-Nord emergono valori elevati: l’Università di Milano Bicocca raggiunge un punteggio di 103, Modena e Reggio Emilia tocca quota 104, mentre Pisa, Parma, Genova e Pavia si attestano su valori superiori a 94. Al contrario, le università del Mezzogiorno – pur con alcune eccezioni – faticano a raggiungere livelli analoghi. In particolare, Messina registra un punteggio di appena 67, Catania si ferma a 79, e anche atenei come Chieti-Pescara o Campania Vanvitelli si collocano su valori contenuti. Una tendenza simile si osserva tra gli atenei di media e piccola dimensione. L’Università di Trento, storicamente ai vertici in numerosi indicatori, si conferma eccellente anche in ambito occupazionale con un punteggio di 98, mentre atenei come Udine, Marche, Brescia, Bergamo e Piemonte Orientale superano quota 100, segnando risultati in linea con quelli dei grandi centri. Nei piccoli atenei, Camerino spicca con 96 punti, mentre Molise, Reggio Calabria e Teramo si mantengono su valori più modesti, fra 69 e 83. Interessante è anche il dato relativo agli atenei non statali, dove la Bocconi di Milano conferma la sua reputazione ottenendo il punteggio massimo in occupabilità (110), seguita dalla LUISS di Roma con 94. Anche altri atenei privati, come la Libera Università di Bolzano e l’Università Europea di Roma, presentano livelli di occupabilità superiori alla media, segnalando l’efficacia di percorsi professionalizzanti fortemente orientati al mondo del lavoro.

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