di Alessandra Schofield
Il recente rapporto Censis Essere genitori oggi. Valori e significati della genitorialità nella società italiana analizza il luogo comune secondo cui le donne avrebbero un dono naturale per il multitasking. Questa rappresentazione, spesso rilanciata anche dalle donne stesse, finisce per presentare come naturale e positiva l’intasamento delle agende femminili. Applicata alle madri, produce l’immagine di figure capaci di districarsi tra famiglia e lavoro, impegnate a gestire contemporaneamente preparazione dei pasti, accompagnamento dei figli, attività extrascolastiche, incombenze domestiche, spesa, lavaggi e molte altre attività quotidiane.
Ma Censis solleva una domanda. Essere mamme multitasking costituisce una qualità o una trappola? Secondo i risultati Censis, il mito del multitasking femminile produce una trappola. Da un lato, se le madri lavoratrici non riescono a gestire la molteplicità delle attività richieste, rischiano di essere giudicate inadeguate e di interiorizzare l’etichetta di cattiva madre. Dall’altro lato, i padri vengono implicitamente giustificati quando svolgono meno compiti, perché considerati meno capaci di gestire più attività contemporaneamente. Si crea così un doppio standard, secondo il quale i padri possono limitare il proprio impegno ad alcuni ambiti, mentre le madri vengono spinte a ricoprire il ruolo di tuttofare e restano esposte alla critica per ciò che non riescono a fare.
Questa lettura è quindi particolarmente negativa, perché rischia di convertire la maternità da esperienza di legame, cura e amore in una prova di efficienza. In una logica prestazionale, ogni madre è chiamata a dimostrare di essere all’altezza delle sfide, con il rischio di un forte stress legato alla ricerca di equilibrio tra cura e ambizione, dovere verso gli altri e dovere verso se stesse, configurando un incessante impegno in corse quotidiane tra lavoro, figli, famiglia e altri compiti, con la maternità che finisce per condizionare la soggettività individuale.
Probabilmente per questo motivo, quando il tema del lavoro viene analizzato come ostacolo alla possibilità di essere un buon genitore, sebbene la maggioranza degli intervistati consideri il lavoro un ostacolo, le percezioni cambiano di fatto tra padri e madri. I primi tendono più spesso a ritenere che il lavoro condizioni entrambi i genitori senza differenze particolari, mentre le seconde lo percepiscono in misura maggiore come un vincolo specifico per sé.
La misura in cui il lavoro limita il ruolo genitoriale dipende sia dal tipo di occupazione sia dal grado di esposizione alle funzioni di cura.
Gli stessi dati sull’occupazione confermano la diversa incidenza della genitorialità sui percorsi professionali di donne e uomini. Nella fascia tra i 25 e i 49 anni, le donne con figli risultano meno occupate delle donne senza figli mentre, al contrario, gli uomini con figli hanno un tasso di occupazione superiore rispetto agli uomini senza figli. Il divario tra donne e uomini diventa molto più ampio quando si confrontano madri e padri. Il rapporto interpreta questi dati come prova del fatto che la nascita dei figli costituisce un vincolo allo sviluppo professionale e lavorativo delle donne, condizionandone l’occupabilità e segnalando che il carico maggiore della gestione dei figli ricade su di loro.
