di Alessandra Schofield
Globalizzare la rete sanitaria per prevenire nuove pandemie. Nel giro di pochi giorni abbiamo sentito menzionare dai media almeno due patologie virali, con particolare preoccupazione legata alla possibile diffusione tra la popolazione in termini di contagi: Hantavirus Andes ed Ebola.
L’OMS e l’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) ci spiegano che gli Hantavirus sono una famiglia di virus trasmessi soprattutto dai roditori, attraverso contatto con urine, feci o saliva contaminate; alcune forme possono provocare sindromi gravi, come la sindrome polmonare da hantavirus o forme emorragiche con interessamento renale. Il ceppo identificato nel cluster collegato alla nave da crociera MV Hondius è l’Andes Hantavirus, l’unico hantavirus per il quale sia riconosciuta una possibile trasmissione da persona a persona, di norma però limitata ai contatti stretti con una persona malata. Ebola, invece, si trasmette attraverso contatto diretto con sangue o altri fluidi corporei di persone malate o decedute, oppure con materiali contaminati ed è una malattia ad alta gravità clinica e ad alto impatto sanitario e sociale. Nell’attuale focolaio in Repubblica Democratica del Congo e in Uganda è coinvolto il virus Bundibugyo per il quale, a differenza dello Zaire Ebolavirus per cui esistono già vaccini e terapie specifiche, non vi sono vaccini o trattamenti specifici autorizzati; si procede perciò con una terapia di supporto il più possibile precoce (London School of Hygiene & Tropical Medicine).
Queste notizie hanno rievocato in noi i ricordi legati al Covid, che ha mostrato la potenza pandemica di un virus respiratorio inserito in un sistema mondiale ad altissima mobilità.
Il focolaio Ebola mostra quanto un’infezione meno facilmente trasmissibile possa comunque diventare un’emergenza grave quando incontra fragilità sanitaria, conflitto e mobilità transfrontaliera e il caso dell’Hantavirus Andes mostra come anche una zoonosi rara, con trasmissione interumana limitata e non comune, possa assumere dimensione multinazionale quando compare in un contesto globalizzato.
La letteratura scientifica conferma che la globalizzazione facilita la diffusione dei focolai infettivi in ragione della fitta rete mondiale di connessioni umane, economiche, logistiche, ambientali e sanitarie le quali fanno sì che un focolaio che nasce in un luogo remoto non resta necessariamente confinato al territorio d’origine, il quale può essere collegato ad altri Paesi attraverso rotte aeree, traffici commerciali, migrazioni lavorative, turismo, catene di approvvigionamento, missioni umanitarie, mobilità sanitaria e movimenti transfrontalieri.
Avviene così che una persona infetta possa trovarsi a viaggiare durante il periodo di incubazione di una malattia prima che questa venga diagnosticata e prima ancora che il focolaio sia riconosciuto dalle autorità sanitarie. Nel caso del SARS-CoV-2, la trasmissione avveniva anche in fase presintomatica o paucisintomatica. Questo, unitamente alla circolazione internazionale intensa e all’iniziale assenza di immunità nella popolazione ha favorito il propagarsi del virus nelle varie comunità locali.
Le filiere commerciali e produttive globali non sono necessariamente vettori diretti di virus, ma moltiplicano i contatti tra persone, animali, ambienti naturali, allevamenti, mercati, porti, aeroporti e centri urbani, contribuendo a creare contesti in cui possono aumentare il rischio di amplificazione e diffusione del rischio infettivo e la possibilità di trasformazione dei contesti in cui può avvenire il salto di specie dei ceppi virali.
Accade così che un focolaio possa nascere in un’area dove la sorveglianza è debole, ma poiché persone, merci e informazioni circolano su scala internazionale, la fragilità sanitaria di un territorio diventa un problema collettivo.
Altro elemento decisivo è l’urbanizzazione, che concentra popolazione, scambi e servizi in grandi città globali, che sono luoghi di lavoro, consumo, transito, turismo e connessione aeroportuale. Più grande e mobile è la popolazione esposta, più difficile diventa ricostruire i contatti, isolare tempestivamente i casi e comunicare in modo efficace.
È questa la ragione per cui l’attenzione dell’OMS resta sempre molto alta e si richiede agli Stati capacità di prevenire, rilevare tempestivamente, valutare, notificare e rispondere agli eventi di sanità pubblica che possono avere rilevanza internazionale, al fine di riconoscere presto il focolaio e intervenire prima che diventi incontrollabile.
La risposta adeguata alla globalizzazione economica diviene, allora, la globalizzazione sanitaria, che si traduce in sorveglianza epidemiologica, reti di laboratori, condivisione tempestiva dei dati, protezione degli operatori sanitari, approccio One Health dell’OMS (secondo cui salute umana, animale, vegetale ed ecosistemica sono strettamente interconnesse), investimenti nei sistemi sanitari più vulnerabili, piani di preparazione, comunicazione pubblica trasparente e coordinamento internazionale, cosicché la stessa rete che utilizzano i virus per diffondersi venga utilizzata per intrappolarli.
