di Alessandra Schofield
Avvocatura Le difficoltà di chi vuole esercitare la professione. Per molti decenni, specialmente tra gli anni ‘60 e ‘90, la professione di avvocato è stata considerata una professione “d’oro”, economicamente remunerativa e di prestigio. Il percorso era selettivo, il numero di avvocati molto più contenuto rispetto a oggi (secondo stime storiche, negli anni ’70 c’erano meno di 30.000 iscritti; oggi sono oltre 230.000), la domanda di consulenze legali in crescita e la competizione gestibile. Oggi la professione forense in Italia subisce una trasformazione profonda e vive difficoltà sul piano economico, organizzativo, generazionale, sociale e tecnologico. È quanto emerge dal recente Rapporto sull’Avvocatura 2025, elaborato da Cassa Forense e Censis, e da altre fonti.
Si registra, intanto, un progressivo calo degli iscritti. Al 31 dicembre 2024, gli iscritti alla Cassa Forense risultavano 233.260 (-1,6% rispetto all’anno precedente), e il calo appare più marcato tra le donne. L’età media della categoria si è attestata a 48,9 anni, mentre aumentano i pensionati rispetto ai professionisti in attività. E se nel 2023 si è rilevato un aumento reddituale annuo – € 47.678 euro, +6,8% sul 2022 – permangono forti diseguaglianze interne al settore, sia sul piano territoriale che di genere. In Lombardia, il reddito medio supera € 81.000, mentre in Calabria si ferma poco oltre i 24.000. Gli avvocati uomini dichiarano in media € 62.456 euro annui, mentre le donne solo € 31.115. Circa il 65% degli avvocati guadagna meno di € 35.000 l’anno, e oltre 13.000 dichiarano reddito pari a zero. Significa che circa l’1,5% dei professionisti concentra un terzo del volume d’affari dell’intera categoria, soprattutto nei territori economicamente più svantaggiati, il 10% degli avvocati più ricchi produce oltre il 50% del reddito e lo 0,2% supera i 500.000 euro annui. Il 64% degli avvocati opera in forma monoprofessionale, con punte che superano il 70% tra i professionisti di età compresa tra i 50 e i 64 anni; la forma associata o societaria resta marginale, mentre una quota rilevante di giovani (under 40) lavora come collaboratore in studi altrui o in regime di monocommittenza. Ma le difficoltà di gestione amministrativa, la complessità degli adempimenti burocratici e l’assenza di economie di scala nei piccoli studi aggravano la situazione, rendendo più difficile il consolidamento e la crescita delle attività legali.
Anche nell’avvocatura le donne faticano a conciliare vita privata e attività professionale, tant’è che negli ultimi anni le professioniste stanno abbandonando più frequentemente la professione, soprattutto nei primi dieci anni di esercizio e nel 2023, infatti, il 54% delle cancellazioni dall’albo ha riguardato avvocate con meno di 15 anni di anzianità. L’equilibrio nel lungo periodo, comunque, è per tutti difficile da mantenere.
L’accesso alla professione risulta particolarmente critico per i giovani, che devono affrontare percorsi di ingresso lunghi e spesso non remunerati, come nel caso del praticantato. I redditi nei primi anni sono molto bassi: gli under 30 guadagnano in media meno di 16.000 euro l’anno. Le difficoltà economiche iniziali, la saturazione del mercato, la carenza di prospettive di crescita, scoraggiano molti neolaureati in giurisprudenza dall’intraprendere la carriera forense, le iscrizioni alle facoltà giuridiche sono in calo e molti studi legali lamentano la difficoltà di reperire praticanti. La categoria perciò invecchia e non trova sufficiente ricambio generazionale.
Nel frattempo, anche in questo ambito intelligenza artificiale e digitalizzazione esercitano una notevole influenza. Soprattutto i più giovani utilizzano i nuovi strumenti per la ricerca giurisprudenziale e documentale, ma meno per l’automazione di atti e contratti. Contestualmente, la digitalizzazione dei procedimenti giudiziari e l’uso di strumenti informatici gestionali richiedono un aggiornamento continuo delle competenze e un adeguamento delle strutture, onerosi specie per i piccoli studi.
