di Alessandra Schofield
Dolore cronico: ne soffre quasi il 20% degli Italiani, ma se ne parla troppo poco. Secondo il 1° Rapporto Censis-Grünenthal “Vivere senza dolore”, presentato il 21 dicembre, 9,8 milioni di persone in Italia soffrono di dolore cronico di intensità moderata o severa.
Quasi il 20% della popolazione maggiorenne (il 19,7% per la precisione), dunque, si trova a confrontarsi con una patologia da gestire – anche sotto il profilo economico – di cui si parla ancora troppo poco, ma che impatta duramente sulla qualità di vita di chi ne soffre.
Dal Report emerge infatti che il dolore cronico incide negativamente, in misura maggiore o minore, sul livello di benessere e condiziona le attività quotidiane nella quasi totalità dei casi.
Il dolore cronico crea difficoltà nel sollevare oggetti (60,2%), fare attività fisica (59,3%), dormire (50,5%), passeggiare (49,0%), svolgere le faccende domestiche (48,5%), partecipare alle attività sociali e ricreative (36,8%), guidare l’automobile (23,6%), gestire le relazioni con familiari ed amici (23,2%), nell’attività sessuale (22,7%), nella cura di sé (22,6%), nell’alimentazione (18,6%). Inevitabilmente, il dolore cronico tesso e le sue conseguenze pratiche si ripercuotono anche sullo stato psico-fisico: apatia, perdita di forze e debolezza affliggono il 48,8% dei malati, il 38,2% si commuove facilmente, il 37,0% soffre di ansia e depressione e il 30,8% di vertigini.
L’autonomia stessa viene inficiata dal dolore cronico: il 38,2% deve ricorrere all’aiuto di familiari, amici o volontari.
Va da sé che la patologia incide pesantemente anche sulla vita lavorativa: a causa del dolore cronico, il 40,6% dei malati ha riscontrato in questo senso conseguenze negative, il 35,4% ha dovuto mettersi in malattia, il 30,8% ha dovuto chiedere permessi per andare dal medico e/o sottoporsi alle necessarie terapie, il 27,7% ha dovuto assentarsi spesso dal lavoro, il 25,0% ha ridotto il rendimento, il 13,3% ha cambiato mansioni, l’11,8% ha dovuto ridurre l’orario – con ripercussioni sulla retribuzione – il 5,8% ha dovuto lavorare in smart working, il 3,8% è stato costretto a cambiare attività. Ma l’11,1% dei malati ha dovuto proprio smettere di lavorare, e l’1,2% è stato licenziato.
Dato molto importante, è che in moltissimi casi (41,3%) la condizione di dolore cronico viene pesantemente sottovalutata sul lavoro, ed è considerata un pretesto per giustificare assenteismo e scarso impegno.
Ma, più in generale, chi soffre di questa patologia si sente molto solo: il 56,5% pensa che nessuno riesca a comprenderne la portata e percepisce una sottovalutazione da parte anche del proprio medico (36,4%).
L’attesa per l’81,7% dei malati è che il dolore cronico venga riconosciuto come una patologia a sé stante e l’86,2% ritiene fondamentale istituire a livello di SSN specialisti di riferimento o servizi specifici.
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