di Alessandra Schofield
Genitori e tecnologia Sempre più in bilico tra rischi e utilità. Secondo il CENSIS, il rapporto tra genitorialità, figli e tecnologie digitali costituisce una delle sfide più complesse e inedite della vita familiare contemporanea. Il digitale è ormai un elemento sociale dirompente, capace di incidere non solo sulla società nel suo insieme, ma anche sulle vite individuali e, in modo particolare, su quelle dei più giovani.
La facilità d’uso delle tecnologie digitali consente infatti un accesso intenso anche in età molto bassa, mentre smartphone, social, scrolling compulsivo e chatbot di intelligenza artificiale modificano profondamente il modo in cui i figli vivono il tempo, sia quello scolastico sia quello libero. Perciò, il tema dell’età appropriata per l’uso dello smartphone, dei social e degli strumenti di intelligenza artificiale è ormai al centro del dibattito pubblico internazionale.
Noi genitori, specie se siamo Boomer o GenX, ci troviamo a decidere su strumenti che non appartenevano alla nostra esperienza infantile e adolescenziale, mentre i nostri figli crescono in un contesto di connessione permanente. Nel frattempo, si va sempre più rafforzando l’idea che un uso sregolato dei social possa produrre effetti negativi sulla crescita dei bambini, fino a configurare un problema che non è più soltanto educativo o culturale, ma anche sanitario e sociale.
Questa convinzione sta generando alcune proposte regolatorie che tendono ad attribuirci una corresponsabilità rispetto all’eventuale utilizzo dei social da parte dei nostri figli, se al di sotto di determinate soglie d’età.
In effetti, in base a quanto analizzato da un recente Report che CENSIS dedica alla genitorialità, il 41,1% dei genitori dichiara di avere almeno un figlio con al massimo 14 anni già in possesso di uno smartphone. Tra questi, il 20,1% lo ha ricevuto prima dei 10 anni, il 26,3% a 10 anni, il 22% a 11 anni, un altro 22% a 12 anni e il 9,6% tra i 13 e i 14 anni. Insomma, il 46,4% dei figli con al massimo 14 anni in possesso di smartphone lo ha ricevuto entro il compimento del decimo anno, il 68,4% entro l’undicesimo e il 90,4% entro i 12 anni.
Siccome nessuno di noi adulti può davvero prescindere da competenze digitali adeguate e da un rapporto intenso con le tecnologie, che pervadono lavoro, relazioni, informazione e comunicazione, ci troviamo in difficoltà nel proibire punto e basta. Non siamo in condizioni di dare il cosiddetto buon esempio, perché noi per primi siamo fortemente vincolati ai dispositivi, e non possiamo estirpare dalla vita dei nostri figli strumenti ormai intrecciati con molti aspetti della loro e della nostra quotidianità.
Perciò cerchiamo di controllare, limitare e orientare l’impiego dei dispositivi attraverso diverse strategie. Il 55,6% dei genitori con almeno un figlio fino a 15 anni permette l’uso dello smartphone solo per alcune ore al giorno. Il 55,1% ha attivato il parental control sui dispositivi dei figli, per monitorare meglio contenuti, app o attività. Il 43% geolocalizza i device per sapere dove si trovano i figli. Ma nello stesso tempo vogliamo, in fondo, che imparino a familiarizzare con questi strumenti, non vogliamo che siano dei paria e, in fondo, alcuni elementi ci consentono un maggiore controllo almeno su determinati aspetti della vita dei nostri figli. Però siamo giustamente spaventati dai casi di minori coinvolti, come vittime o come responsabili, in utilizzi distorti delle piattaforme digitali, e dalla propensione a diffondere atteggiamenti legati all’esibizione online di sentimenti, dolore e disagio psichico come contenuti destinati a produrre visualizzazioni e like.
Ci rendiamo anche conto, tra l’altro, che il controllo digitale – seppure a volte falsamente rassicurante – richiede tempo ed energie ma non assicura una reale protezione ed è, inoltre, facilmente eludibile.
Perciò conviene accettare l’idea che la strada più efficace sia una progressiva responsabilizzazione dei figli verso l’uso appropriato e la valorizzazione delle opportunità offerte dal digitale.
Numerose ricerche cliniche collegano l’uso dei social eccessivo e precoce a un aumento di calo dell’attenzione, difficoltà nella gestione delle relazioni dirette, disturbi del sonno, diffusione della miopia e stati depressivi.
Nonostante ciò, tra i genitori con almeno un figlio con al massimo 15 anni, il 46,9% consente l’uso dei social, mentre il 53,1% non lo permette. Sebbene siamo ormai consapevoli delle minacce relative a challenge pericolose, cyberbullismo e casi di induzione al suicidio, molti di noi continuano a consentire ai figli minori, anche molto minori, la presenza attiva sui social. Certo, vietare l’uso dei social al singolo figlio non garantisce che egli non vi acceda comunque tramite amici o in contesti non controllati. E, di nuovo, non vogliamo che risulti marginalizzato. L’educazione all’uso consapevole è, ancora una volta, la strada da seguire. Però impone un rafforzamento del senso di responsabilità dei nostri figli rispetto ad una buona gestione dei rischi e della loro capacità di valutare contenuti, linguaggi e dinamiche del web. Diversamente, l’unica cosa che stiamo facendo è deresponsabilizzare noi stessi.
