di Alessandra Schofield
L’acqua in Italia c’è Ma la sprechiamo. Il quadro della fornitura idrica in Italia è complesso e molto difforme. Disponiamo ancora di acqua in misura rilevante, ma questa risorsa è sempre meno regolare, più esposta alla variabilità climatica, mal distribuita nel tempo e nello spazio, e soprattutto gestita attraverso infrastrutture che in molti casi disperdono una quantità molto alta dell’acqua immessa in rete.
Secondo ISPRA, nel 2025 le precipitazioni totali in Italia sono state inferiori di circa il 9% rispetto al 2024. Ma ciò che conta di più è la cosiddetta risorsa idrica rinnovabile, cioè la quantità di acqua effettivamente disponibile dopo le perdite dovute anche all’evaporazione e alla traspirazione. Lo scorso anno, questo dato è risultato in calo di circa il 19% rispetto al precedente. Le piogge possono anche non essere particolarmente scarse, quindi, ma se sono concentrate, irregolari o meno capaci di ricaricare falde, invasi e corsi d’acqua, la disponibilità di acqua diminuisce comunque.
Sebbene nel 2024 in Italia siano stati prelevati “solo” 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile, il livello più basso degli ultimi venticinque anni e il 3% in meno rispetto al 2022 (dati ISTAT), restiamo, da oltre vent’anni, il Paese dell’UE che preleva più acqua dolce per uso potabile da pozzi e sorgenti. I sistemi di approvvigionamento sono perciò ancora fortemente sotto pressione, perché la riduzione dei prelievi può dipendere di fatto da minore disponibilità, razionamenti, efficientamenti locali, cambiamenti nei consumi o problemi infrastrutturali, e non da un miglioramento strutturale.
Ma il problema più grave è quello delle perdite di rete. In Italia una parte molto consistente dell’acqua immessa nelle reti comunali non arriva agli utenti finali come acqua erogata per usi autorizzati. Istat, nel rapporto sulle statistiche dell’acqua, segnala che nel 2022 le perdite idriche totali nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile erano pari al 42,4% del volume inizialmente immesso. Questo è dovuto a condotte vecchie, rotture, corrosione e deterioramento delle infrastrutture, ma anche a errori di misura o allacci abusivi. ARERA considera le perdite uno dei macro-indicatori centrali della qualità tecnica del servizio idrico integrato.
Per rispondere efficacemente alla diminuzione delle piogge, si deve intervenire sulla capacità del sistema di trattenere, accumulare, distribuire e non sprecare l’acqua. È indispensabile agire con urgenza per ridurre le perdite, ammodernare le reti, distrettualizzare gli acquedotti, usare sensori e telecontrollo, sostituire le condotte deteriorate e programmare la manutenzione. Si tratta di interventi solo apparentemente minori rispetto alle grandi opere e, spesso, più decisivi.
Si consideri che nel 2024 oltre un milione di residenti nei capoluoghi di provincia o città metropolitana è stato coinvolto da misure di razionamento dell’acqua, pari al 5,8% della popolazione considerata, in aumento rispetto al 2023, e nel 2025, 2,7 milioni di famiglie italiane (il 10,2%) hanno dichiarato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nell’abitazione. Tre famiglie su dieci non si fidano a bere acqua del rubinetto, con punte più alte in Sicilia e Sardegna. Anche se questo di per sé non vuol dire che l’acqua abbia realmente problemi di potabilità, indica certamente un problema di sfiducia e percezione di inaffidabilità del servizio idrico da parte dei cittadini.
Chiaramente, la fornitura idrica civile non può essere separata dagli altri usi dell’acqua. In Italia l’agricoltura assorbe una quota rilevante della domanda idrica e risente in modo diretto della scarsità stagionale. ISTAT segnala che nel 2024 oltre il 90% delle aziende agricole italiane ha dichiarato difficoltà di irrigazione, con valori particolarmente elevati nel Sud e nelle Isole. Acqua, inoltre, serve anche negli ambiti industriali, energetici e ambientali.
Gli effetti della minore disponibilità di acqua si possono contrastare trattenendo meglio la pioggia caduta, riducendo le perdite, proteggendo il suolo, recuperando le falde, riutilizzando le acque depurate, rendendo più efficiente l’irrigazione, digitalizzando il monitoraggio, diversificando le fonti e pianificando sulla base di scenari climatici aggiornati.
La politica idrica dovrebbe essere integrata con la politica urbanistica, agricola e ambientale. In questo senso, sarebbe auspicabile un rafforzamento della regia strategica nazionale. Lo Stato dovrebbe fissare obiettivi vincolanti, garantire standard minimi, finanziare e controllare gli interventi prioritari, imporre tempi certi, coordinare le crisi e far funzionare davvero la pianificazione per bacino. Le Regioni e gli enti territoriali dovrebbero mantenere un ruolo operativo e attuativo, ma all’interno di un quadro più cogente, più coordinato e meno discrezionale.
