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di Alessandra Schofield
Salute. Le Case di Comunità. Cosa sono, a cosa servono e quanto sono efficienti. Le Case di Comunità sono strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale concepite come punti territoriali di accesso all’assistenza sanitaria e sociosanitaria. In un’unica rete dovrebbero integrare medici di famiglia, pediatri, infermieri, specialisti, assistenza domiciliare, servizi sociali e ospedali, evitando che ogni bisogno sanitario finisca per gravare sull’ospedale o sul pronto soccorso.
Il modello è stato rilanciato dal PNRR nel 2021 e disciplinato dal decreto ministeriale 77 del 2022, che ha definito standard comuni per l’assistenza territoriale. Non nasce però dal nulla: deriva anche dall’esperienza delle Case della Salute, sperimentate in alcune Regioni già negli anni Duemila e sostenute a livello nazionale dalla legge finanziaria per il 2007 e dal decreto ministeriale del 10 luglio dello stesso anno. Le Case di Comunità riprendono e ampliano quell’impostazione, inserendola in un disegno nazionale più strutturato.
L’obiettivo è trasferire una parte dell’assistenza dall’ospedale al territorio e, quando possibile, al domicilio. La Casa di Comunità dovrebbe accogliere la persona, valutarne i bisogni, individuare il percorso più appropriato e coordinare i professionisti coinvolti. La continuità dell’assistenza è particolarmente importante per chi convive con malattie croniche, fragilità, disabilità o non autosufficienza. La riforma mira quindi a ridurre gli accessi impropri al pronto soccorso, la frammentazione dei servizi, le difficoltà successive alle dimissioni ospedaliere, il carico organizzativo sostenuto dalle famiglie e le disuguaglianze territoriali.
Il DM 77 distingue tra Case Hub e Case Spoke. È previsto indicativamente un Hub ogni 40.000-50.000 abitanti. Le Hub devono garantire presenza medica 24 ore su 24 per sette giorni alla settimana e assistenza infermieristica per almeno dodici ore al giorno, sempre sette giorni su sette. Le Spoke devono assicurare presenza medica e infermieristica per almeno dodici ore al giorno, sei giorni su sette. Studi medici, aggregazioni professionali e ambulatori periferici possono essere collegati funzionalmente alla rete, soprattutto nei piccoli comuni e nelle aree interne.
Nelle Case di Comunità lavorano équipe multiprofessionali che possono comprendere medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, infermieri di famiglia e comunità, specialisti, assistenti sociali, ostetriche, psicologi e professionisti della riabilitazione. Tra i servizi previsti rientrano le cure primarie, il Punto unico di accesso, l’assistenza infermieristica, l’assistenza domiciliare, la gestione delle patologie croniche, la specialistica ambulatoriale, il collegamento al CUP e l’integrazione con i servizi sociali. Nelle Hub devono inoltre essere presenti continuità assistenziale, punto prelievi e diagnostica di base. La struttura deve raccordarsi anche con consultori, salute mentale, dipendenze, cure palliative, servizi sociali e ospedali.
Il cittadino può accedervi direttamente, essere indirizzato dal medico di famiglia oppure essere preso in carico dopo una dimissione ospedaliera. Alcune prestazioni sono ad accesso diretto, mentre altre richiedono prescrizione e prenotazione. L’offerta concreta, tuttavia, continua a variare sensibilmente tra Regioni, aziende sanitarie e singole strutture.
Un ruolo centrale spetta all’infermiere di famiglia o comunità. Il DM 77 stabilisce uno standard complessivo di un infermiere ogni 3.000 abitanti, riferito all’intera rete territoriale e non soltanto al personale presente nelle Case della Comunità. Questa figura dovrebbe seguire le persone croniche o fragili anche a domicilio, sostenere i caregiver, favorire l’aderenza alle terapie e facilitare il collegamento con gli altri servizi.
Completano il sistema le Centrali operative territoriali, che coordinano la presa in carico e i passaggi tra ospedale, domicilio e strutture intermedie, e il numero europeo 116117, destinato alle cure mediche non urgenti e all’orientamento verso i servizi territoriali. La sua effettiva attivazione non è però ancora uniforme in tutta Italia. Ministero della Salute sul 116117
Per le Case di Comunità il PNRR ha stanziato due miliardi di euro. L’obiettivo iniziale di 1.350 strutture è stato ridotto nel 2023 ad almeno 1.038, soprattutto a causa dell’aumento dei costi delle costruzioni e della necessità di reperire risorse aggiuntive. È però importante precisare che il target europeo riguarda strutture rinnovate e tecnologicamente attrezzate entro il 2026: non certifica, da solo, che siano già dotate di tutti i servizi e del personale necessario. Le strutture escluse dal target minimo dovrebbero essere completate ricorrendo ad altre fonti di finanziamento, poiché la programmazione nazionale complessiva resta più ampia. Ministero della Salute – investimento PNRR
Il PNRR finanzia prevalentemente edifici, ristrutturazioni, attrezzature e tecnologie. Personale, manutenzione e gestione ordinaria devono invece trovare copertura stabile nel finanziamento del Servizio sanitario nazionale e nei bilanci regionali. La distanza tra gli investimenti iniziali e le risorse necessarie al funzionamento quotidiano costituisce uno dei principali punti critici della riforma. Il monitoraggio AGENAS aggiornato al 31 dicembre 2025, elaborato dalla Fondazione GIMBE, mostrava infatti una situazione ancora incompleta. Delle 1.715 Case programmate, 781 avevano almeno un servizio dichiarato attivo; 285 disponevano di tutti i servizi obbligatori previsti per la rispettiva tipologia e soltanto 66 garantivano anche gli standard di presenza medica e infermieristica. Questi dati si basano sulle dichiarazioni trasmesse dalle Regioni e non misurano direttamente continuità effettiva delle prestazioni, tempi di accesso, numero di persone prese in carico o risultati ottenuti.
Le polemiche riguardano di fatto la distanza tra il modello progettato e il suo funzionamento reale. Tra le principali criticità figurano il rischio di edifici privi di personale sufficiente, la trasformazione solo nominale di vecchi poliambulatori, l’incertezza sulle risorse necessarie dopo la conclusione del PNRR, le difficoltà nel coinvolgimento dei medici di famiglia, il possibile indebolimento degli ambulatori periferici e la persistenza di forti divari territoriali.
La Lombardia dispone di una delle reti più estese, anche perché ha potuto riorganizzare poliambulatori, servizi distrettuali e assistenza domiciliare già esistenti. Secondo i dati AGENAS riferiti al 31 dicembre 2025, su 207 Case programmate 150 avevano almeno un servizio attivo, 76 dichiaravano tutti i servizi obbligatori e 22 rispettavano anche gli standard di presenza medica e infermieristica. Nelle strutture attive risultavano particolarmente diffusi il Punto unico di accesso, l’assistenza domiciliare, le cure primarie in équipe, l’integrazione con i servizi sociali e l’assistenza infermieristica. In 137 sedi erano inoltre dichiarate attività di valutazione multidimensionale e definizione del piano assistenziale individuale, essenziali soprattutto per anziani, persone con disabilità e malati cronici.
Nel giugno 2026 la Regione Lombardia ha presentato un quadro molto più avanzato, indicando 193 Case attive su 203 programmate, 190 dotate di tutti i servizi obbligatori e 186 con lavori conclusi. La Regione riferiva inoltre 106 Centrali operative territoriali pienamente funzionanti, 30 Ospedali di Comunità con 444 posti letto attivi e oltre 234.000 ultrasessantacinquenni raggiunti dall’assistenza domiciliare nel 2024. Il progresso può essere spiegato in parte dai sei mesi trascorsi e dal modello lombardo di attivazione graduale, che consente di avviare i servizi anche mentre i lavori non sono ancora terminati. Per una valutazione completa occorrerà quindi verificare la stabilità degli orari e del personale, la reale integrazione tra professionisti, il numero di cittadini presi in carico, i tempi di risposta e gli effetti concreti sugli accessi impropri al pronto soccorso, sulle riammissioni ospedaliere e sul carico sostenuto dalle famiglie.
