di Alessandra Schofield
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Abbiamo visto qui come la genitorialità contemporanea fatichi a trovare spazio all’interno di vite familiari sempre più dense di impegni, responsabilità e attività da coordinare. L’attività lavorativa finisce per rappresentare, per molti, un ostacolo alla possibilità di essere un buon genitore. Come abbiamo visto, questa percezione non è uniforme tra padri e madri. I primi tendono più spesso a considerarlo un vincolo che riguarda entrambi i genitori, mentre le seconde lo percepiscono più frequentemente come un fattore che penalizza soprattutto loro.
L’intensità con cui il lavoro limita la possibilità di essere un buon genitore dipende sia dal tipo di occupazione sia dal grado di esposizione alla funzione genitoriale. I dati sull’occupazione mostrano che, nella fascia di età tra i venticinque e i quarantanove anni, le donne con figli risultano meno occupate delle donne senza figli, mentre gli uomini con figli registrano una presenza nel lavoro superiore rispetto a quelli senza figli. Il divario tra donne e uomini si amplia in modo particolarmente marcato quando il confronto riguarda madri e padri e, secondo Censis, questi dati certificano che la nascita dei figli costituisce un vincolo allo sviluppo professionale e lavorativo delle donne, condizionandone l’occupabilità e segnalando che il carico maggiore della gestione dei figli continua a ricadere su di loro.
Se, in generale, il lavoro retribuito assorbe quote rilevanti di tempo ed energie psicofisiche sottratte ad altri ambiti della vita, il suo impatto risulta più pesante per le donne perché esse hanno un ambito d’azione genitoriale e di impegni legati alla gestione della famiglia, della casa e dell’assistenza agli anziani più ampio e articolato rispetto ai padri.
Questo surplus di pressione sulle madri sembra essere talora sottovalutato dai partner, che non sempre ne percepiscono o riconoscono la reale portata. Censis invita quindi a non legittimare l’alternativa tra lavoro e maternità, perché il lavoro diventa un ostacolo all’esercizio pieno del ruolo materno anche a causa di carenze sociali più ampie.
Il supporto di altre persone nella gestione dei figli diventa pertanto indispensabile, allorché si cerchi di coniugare attività lavorativa e genitorialità. Molti genitori hanno dichiarato di poter, o aver potuto, contare, sull’aiuto di almeno una persona oltre all’eventuale partner. La forma più comune è il supporto di un solo soggetto, mentre meno frequente è la disponibilità di due o più figure di riferimento. Resta però significativa la quota di genitori che non dispone di alcun supporto esterno, oltre a sé e al partner. Ovvio che chi non può fruire di aiuti esterni è più esposto alle difficoltà nella gestione della vita dei figli e nella conciliazione con le altre attività quotidiane. Altrettanto ovvio che la mancanza di supporti esterni riguardi più spesso le famiglie a basso reddito e quelle con un numero più elevato di figli. Non poter contare su reti informali, come i parenti, o su figure retribuite, come le baby-sitter, produce effetti anche sui figli i quali, in assenza di una persona che li accompagni, li segua o renda possibile la partecipazione ad attività esterne, possono perdere la possibilità concreta di accedere ad alcune esperienze.
Il report inquadra esplicitamente questa criticità nel contesto italiano di un welfare per l’infanzia limitato, ove il mancato ricorso a persone che supportino i genitori va letto dentro un sistema che affida in larga misura la gestione della cura alle famiglie e alle loro risorse private. Chi non dispone di reti reti informali (leggi parenti) o della disponibilità economica per pagare nidi privati o baby sitter, si trova in una posizione più fragile, che si accentua per le famiglie monogenitoriali.
Quando i genitori ricevono aiuto esterno, solitamente è fornito dai nonni; seguono fratelli, sorelle e zii, poi baby-sitter fisse o occasionali e infine altre persone, tra cui amici e vicini di casa.
Il report considera i nonni componenti fondamentali del welfare informale e vero e proprio collante intergenerazionale della società italiana, espressione di una rete familiare che compensa almeno in parte la limitatezza del welfare per l’infanzia, ma di fatto accentua le disparità fra chi può avvalersene e chi non può.
