di Alessandra Schofield
Debito pubblico A chi deve denaro lo Stato Italiano? E perché? Sentiamo frequentemente parlare di debito pubblico, perciò cerchiamo di capirne di più. Con la definizione “debito pubblico” si fa riferimento all’insieme dei debiti accumulati dallo Stato e, più in generale, dalle amministrazioni pubbliche. Il debito nasce ogni volta che le uscite pubbliche superano le entrate. Se in un determinato anno lo Stato spende più di quanto incassa attraverso imposte, contributi e altre entrate, si genera un deficit che lo Stato deve coprire procurandosi nuove risorse. Cosa che fa prendendo dei prestiti, ed è appunto la somma di tutti i prestiti ancora da restituire che costituisce il debito pubblico.
È importante però distinguere tra deficit e debito. Il deficit rappresenta lo squilibrio di un singolo anno, mentre il debito è l’ammontare complessivo dei debiti accumulati nel corso del tempo. Ecco perché, se uno Stato registra deficit per molti anni consecutivi, il debito pubblico tende ad aumentare; al contrario, può diminuire se lo Stato realizza avanzi di bilancio sufficienti a rimborsare una parte dei prestiti esistenti.
E come fa, lo Stato, a prendere nuove risorse in prestito? Emettendo titoli di Stato. In Italia i principali strumenti sono i BOT, i BTP, i CCTeu e altre tipologie ancora. Chi acquista questi strumenti presta denaro allo Stato, ricevendo in cambio la promessa che il capitale verrà restituito alla scadenza e che, nella maggior parte dei casi, verranno corrisposti interessi sotto forma di cedole o altri meccanismi di remunerazione. Dunque il debitore è lo Stato e i creditori sono tutti quei soggetti che acquistano i titoli emessi dal Tesoro.
In Italia, il debito pubblico è costituito prevalentemente da titoli di Stato a medio e lungo termine. I BTP rappresentano la componente principale dell’indebitamento pubblico e costituiscono oltre il 70% dei titoli di Stato in circolazione. Perciò il debito italiano è formato soprattutto da obbligazioni che vengono rimborsate nel corso di molti anni.
Uno degli indicatori più utilizzati per valutare il peso del debito è il rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo (PIL), che misura il valore dei beni e dei servizi prodotti nell’economia di un Paese durante un anno. Il valore assoluto del debito, quindi, non è un dato significativo in sé. Per dire, il debito italiano di 3.095,5 miliardi di euro registrato a fine 2025 può essere più o meno sostenibile a seconda della dimensione dell’economia che deve sostenerlo. Il problema è che in quel momento il rapporto debito/PIL dell’Italia era pari a circa il 137%, uno dei valori più elevati dell’Unione europea.
Oltre che a causa del deficit annuale, cioè la differenza negativa tra entrate e uscite, il debito pubblico può crescere a causa degli interessi che devono essere pagati sul debito già esistente, della bassa crescita economica e degli eventi straordinari, come crisi economiche, emergenze sanitarie, guerre o interventi pubblici eccezionali che richiedono maggiori spese.
Nel nostro caso, una parte molto consistente del debito attuale deriva dagli anni Ottanta e dai primi anni Novanta, quando il Paese accumulò elevati deficit di bilancio e dovette sostenere tassi di interesse molto alti. Negli anni successivi l’Italia ha spesso registrato avanzi cosiddetti primari, cioè entrate superiori alle spese al netto degli interessi sul debito, ma il peso degli interessi e la crescita economica relativamente debole hanno reso difficile una riduzione significativa dell’indebitamento complessivo.
Tutti gli Stati moderni utilizzano il debito come strumento di finanziamento per consentire la realizzazione di infrastrutture, investimenti produttivi, interventi di sostegno all’economia o servizi pubblici che generano benefici nel lungo periodo. Il problema si pone quando il debito cresce troppo rapidamente, quando gli interessi diventano particolarmente onerosi o quando le risorse raccolte vengono utilizzate prevalentemente per finanziare spese correnti senza effetti positivi sulla crescita futura.
Tra i numerosi creditori dello Stato vi sono gli investitori esteri, che detengono una quota molto rilevante del debito. Si tratta di fondi di investimento, banche, compagnie assicurative, fondi pensione e altri operatori finanziari residenti fuori dall’Italia che acquistano titoli del Tesoro italiano come forma di investimento. Un’altra quota significativa è detenuta dalle banche italiane, che acquistano grandi quantità di titoli di Stato, sia come forma di investimento sia come attività utile alla gestione della liquidità e dei requisiti patrimoniali. La Banca d’Italia detiene a sua volta una quota importante del debito, anche se tale quota è progressivamente diminuita negli ultimi anni. Dopo la crisi finanziaria e, soprattutto, dopo la pandemia, la Banca centrale europea e le banche centrali nazionali dell’Eurosistema hanno acquistato ingenti quantità di titoli pubblici attraverso programmi straordinari di acquisto.
Tra i creditori dello Stato vi sono poi le famiglie italiane, che acquistano direttamente strumenti come i BTP, i BTP Italia e i BTP Valore, diventando così a tutti gli effetti creditori dello Stato e ricevendo interessi in cambio del denaro prestato. Anche compagnie assicurative, fondi pensione, fondi comuni di investimento e altri intermediari finanziari detengono quote rilevanti del debito pubblico.
Lo Stato non rimborsa l’intero debito in un’unica soluzione. I titoli giungono a scadenza in momenti diversi. Quando un BTP o un BOT scade, il Tesoro restituisce il capitale ai possessori. Tuttavia, contestualmente emette spesso nuovi titoli per raccogliere le risorse necessarie a effettuare tali rimborsi. Questo processo prende il nome di “rifinanziamento del debito”.
Se gli investitori continuano a considerare affidabile il debitore e acquistano nuovi titoli a tassi ragionevoli, il sistema funziona regolarmente. Se invece la fiducia diminuisce e i mercati richiedono interessi molto più elevati, il costo del debito aumenta e la sua gestione diventa più complessa.
E anche se il debito pubblico non è un debito personale dei contribuenti, il suo livello influenza indirettamente la vita economica del Paese, poiché condiziona le politiche fiscali, la spesa pubblica, gli investimenti, il welfare e la quantità di risorse che lo Stato deve destinare ogni anno al pagamento degli interessi.
Per ridurre il debito pubblico, uno Stato può agire su due piani: ridurre il valore assoluto del debito, spendendo meno di quanto incassa e usando l’avanzo per rimborsarne una parte, oppure ridurre il rapporto debito/PIL, facendo crescere l’economia più rapidamente del debito. Per ottenere questi risultati occorre intervenire su una combinazione di fattori, quali maggiore capacità di entrata, riduzione delle spese improduttive, crescita economica, contenimento della spesa per interessi, contrasto all’evasione, investimenti produttivi e gestione prudente dei conti pubblici.
