di Alessandra Schofield
Infermieri troppo pochi e troppo anziani Le ragioni di una criticità strutturale tutta italiana. La carenza di personale infermieristico è una criticità strutturale del Servizio sanitario nazionale, non riconducibile soltanto alla pandemia né risolvibile con un semplice aumento degli organici. Lo studio Eurispes Oltre il lavoro dipendente individua tre fattori connessi: insufficienza numerica, disallineamento organizzativo e inefficienze del mercato del lavoro. Alla scarsità di professionisti si aggiungono la concentrazione negli ospedali, la difficoltà di coprire le aree periferiche, la debolezza dei servizi territoriali, la rigidità organizzativa, lo scarso utilizzo delle competenze avanzate, la precarietà e le condizioni contrattuali poco competitive.
L’Italia dispone di poco meno di 7 infermieri ogni 1000 abitanti, contro una media europea prossima a 9, sebbene il confronto risenta delle diverse definizioni professionali adottate nei vari sistemi sanitari. Sul territorio nazionale emergono forti divari: Lazio e Trentino-Alto Adige superano ampiamente gli 80 infermieri ogni 10.000 residenti, mentre Campania, Calabria e Sicilia si collocano poco sopra i 50; anche Lombardia, Sardegna, Puglia e Basilicata restano sotto la media.
A metà del 2026 gli iscritti all’Albo unico nazionale superano i 460.000. La maggior parte ha tra 40 e 60 anni, mentre gli under 40 rappresentano circa un terzo, rendendo necessario programmare il ricambio generazionale attraverso formazione, reclutamento e politiche di permanenza nella professione.
Circa 3 infermieri su 4 lavorano nel settore pubblico. La presenza pubblica è particolarmente elevata in Umbria, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Basilicata e Liguria, mentre Lazio e Lombardia presentano una componente privata più consistente. La fuoriuscita dal pubblico può compromettere la copertura dei turni, la continuità assistenziale e lo sviluppo dei servizi territoriali. I dipendenti sono poco meno di quattrocentomila e lavorano soprattutto a tempo indeterminato; i rapporti temporanei, pur minoritari, sono più diffusi nel Centro, nel Sud e nelle Isole.
Parallelamente cresce la libera professione, sostenuta dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle cronicità e dalla domanda di assistenza domiciliare e territoriale. La sua presenza è maggiore in Valle d’Aosta, Lombardia, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia; circa un libero professionista su cinque affianca l’attività autonoma a un lavoro dipendente. Questa componente richiede compensi equi, contratti chiari, tutele e integrazione nella programmazione sanitaria, per evitare che venga utilizzata soltanto come risposta occasionale alle carenze.
Le retribuzioni incidono sull’attrattività della professione. Lo stipendio medio annuo supera di poco i 32.000 euro, contro una media Ocse prossima ai 40.000. Il Trentino-Alto Adige registra i valori più alti, seguito da Emilia-Romagna e Toscana, mentre Molise, Campania e Calabria presentano quelli più bassi. Il divario economico e professionale favorisce l’emigrazione verso sistemi più competitivi, soprattutto Regno Unito e Svizzera.
Durante la pandemia è stato introdotto un regime straordinario che ha consentito agli infermieri formati all’estero di lavorare temporaneamente senza completare l’ordinaria procedura di riconoscimento del titolo. La misura ha rafforzato rapidamente gli organici, ma ha posto problemi di verifica della formazione, delle competenze, della conoscenza della lingua italiana e degli obblighi deontologici. Alla fine del 2025 quasi 20.000 professionisti operavano attraverso queste procedure. La Federazione nazionale degli Ordini ha chiesto il superamento anticipato della deroga e l’istituzione di elenchi specifici. Sono inoltre aumentati gli ingressi da Africa, Asia e America meridionale, soprattutto da Tunisia, India e Brasile.
La pandemia ha evidenziato anche la necessità di rafforzare l’assistenza territoriale e la continuità tra ospedale, domicilio e comunità. In questo quadro il Distretto coordina i servizi sanitari, sociosanitari e sociali, mentre l’infermiere di famiglia e comunità diventa il riferimento per la presa in carico territoriale. Il suo ruolo comprende l’individuazione dei bisogni, il collegamento tra servizi, famiglie e comunità e l’attivazione delle risorse locali, e potrebbe ridurre gli accessi impropri, prevenire ricoveri evitabili, favorire le dimissioni protette, migliorare la gestione delle cronicità e sostenere famiglie e caregiver. La sua efficacia richiede però personale sufficiente, formazione specifica, équipe multiprofessionali e una reale riorganizzazione dei servizi.
Accanto al lavoro dipendente si sono sviluppate attività autonome, forme associative, cooperative, agenzie e modelli ibridi pubblico-privato. Questa pluralità può favorire flessibilità e valorizzazione delle competenze, ma può anche produrre precarietà se priva di regole. La qualità dell’assistenza dipende dalle condizioni operative: continuità, integrazione nelle équipe, formazione, chiarezza delle responsabilità, adeguatezza dei carichi e sistemi di controllo.
Rigidità amministrative, governance frammentata, resistenze culturali, incertezza contrattuale e tutele insufficienti ostacolano lo sviluppo di nuovi modelli. Un possibile riferimento è quello dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, che operano in convenzione con il Servizio sanitario nazionale sulla base di accordi collettivi. Una soluzione analoga potrebbe introdurre forme stabili di convenzionamento per gli infermieri, combinando autonomia, flessibilità organizzativa, continuità assistenziale e garanzie professionali. Anche il reclutamento tramite collaborazioni libero-professionali può rappresentare un passaggio in questa direzione, purché non sia utilizzato soltanto come misura temporanea ed emergenziale contro la carenza.
