• Aprile 13, 2026
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di Alessandra Schofield

Italia poco attrattiva Perde giovani qualificati, intere famiglie e persino popolazione anziana. Il recente rapporto “Capitale umano in movimento”, elaborato dalla Fondazione Eurispes e pubblicato nell’aprile 2026, analizza i flussi migratori giovanili dall’Italia, con l’obiettivo di stimarne le conseguenze demografiche ed economiche e di collocare il fenomeno nel contesto europeo.

Il Paese sta attraversando una fase di transizione caratterizzata da denatalità, invecchiamento della popolazione e riduzione delle fasce di popolazione in età attiva. La dinamica demografica è segnata da una prevalenza del numero dei decessi su quello delle nascite (ciò che si definisce un saldo naturale negativo), da una fecondità che si mantiene su livelli molto bassi e da un progressivo aumento dell’età media della popolazione.

In questo contesto, nel quale una quota rilevante di cittadini si trasferisce all’estero, poiché una parte consistente dei flussi riguarda giovani spesso altamente qualificati, accade che mentre la base demografica si restringe, l’Italia perde anche parte della popolazione che dovrebbe sostenere innovazione, produttività e ricambio generazionale.
L’emigrazione fa parte della storia italiana (anche se tendiamo a dimenticarlo, a volte). Ma le grandi ondate migratorie del passato si distinguono dal fenomeno consolidatosi negli ultimi anni. A differenza delle fasi precedenti, l’attuale emigrazione si caratterizza non solo per la quantità delle partenze, ma anche per la composizione per età e per capitale umano, nonché per la difficoltà di compensare le uscite con rientri o ingressi qualificati, delineando una perdita di competenze rilevanti per il sistema socio-economico nazionale.
Come abbiamo visto, l’emigrazione giovanile si inserisce in una dinamica demografica già compromessa. La riduzione della popolazione in età lavorativa e l’aumento della quota di anziani rendono più complessa la sostenibilità del sistema di welfare e del patto intergenerazionale. L’uscita di giovani in età attiva diviene un fattore che accentua la riduzione della base produttiva e incide sulla capacità innovativa del Paese, e la perdita di capitale umano può innescare dinamiche cumulative di declino, soprattutto in territori già caratterizzati da fragilità demografica ed economica.
La misurazione degli attuali flussi migratori è particolarmente complessa, a causa della presenza di flussi non registrati e della scarsa compliance rispetto agli obblighi anagrafici. Le stime ufficiali, perciò, rappresentano probabilmente solo una parte dell’emigrazione reale e, anche così, la differenza tra espatri e rimpatri indica una perdita netta di popolazione italiana e, in particolare, di popolazione giovane, laureata e altamente qualificata sotto il profilo professionale. Il fenomeno si concentra nelle fasce d’età più produttive e coinvolge sempre più persone con elevato livello di istruzione, in particolare in discipline scientifiche e tecnologiche e in professioni strategiche per l’innovazione. Non si tratta soltanto di neolaureati, ma anche di professionisti già inseriti nel mercato del lavoro che cercano all’estero migliori prospettive di carriera e valorizzazione delle competenze. Non solo: il trasferimento riguarda sempre più spesso interi nuclei familiari, configurando una perdita intergenerazionale che incide anche sul potenziale demografico futuro.
Le partenze interessano l’intero Paese, con una distribuzione differenziata per aree geografiche, mentre le destinazioni principali restano i Paesi europei. Il confronto con gli altri Stati membri evidenzia una posizione isolata dell’Italia, caratterizzata da una fuoriuscita di lavoratori qualificati non compensata da un’analoga capacità di attrazione di capitale umano. Mentre altre economie europee registrano saldi positivi di lavoratori altamente qualificati, l’Italia non riesce a compensare le proprie perdite attraverso ingressi qualificati.
Sebbene non menzionato nel Report, il fenomeno dei cosiddetti “nonni con la valigia” si inserisce nel quadro delle dinamiche migratorie interne e contribuisce a modificare ulteriormente gli equilibri demografici e territoriali del Paese. Il trasferimento di persone anziane, spesso motivato dal ricongiungimento con figli e nipoti già emigrati, comporta un ulteriore indebolimento delle aree di origine, in particolare quelle interne e meridionali, che vedono ridursi non solo la popolazione giovane ma anche quella più anziana, con effetti sulla tenuta delle reti sociali e sulla domanda locale di servizi. Questa mobilità intergenerazionale determina uno spostamento delle funzioni di supporto familiare verso le aree di destinazione, rafforzando il ruolo dei nonni nel sostegno alla cura dei nipoti e nella gestione della vita quotidiana delle famiglie, ma al tempo stesso riducendo la presenza di reti familiari nei territori di partenza. Ne deriva una redistribuzione della domanda di servizi sanitari e assistenziali, con possibili pressioni aggiuntive nelle zone che accolgono la popolazione anziana e una contrazione dei consumi e delle attività economiche nelle aree che la perdono. In questo modo, il fenomeno contribuisce ad accentuare le disuguaglianze territoriali, rafforzando i processi di spopolamento e modificando la geografia demografica italiana attraverso una mobilità che coinvolge simultaneamente più generazioni.
Ma quali sono le cause dell’emigrazione? Il rapporto individua un insieme di fattori economici e istituzionali. Tra questi vengono richiamati il differenziale retributivo con altri Paesi europei, le prospettive di carriera, la diffusione di percorsi professionali instabili, la disoccupazione giovanile, la qualità delle istituzioni e la percezione di scarsa meritocrazia. Il divario salariale, le limitate opportunità di crescita professionale e la difficoltà di valorizzare le competenze contribuiscono a rendere più attrattivi i mercati del lavoro esteri. A questi elementi si aggiungono fattori legati al funzionamento delle istituzioni e alla percezione di un contesto meno favorevole alla mobilità sociale.
Le proiezioni future delineano scenari in cui, in assenza di interventi strutturali, l’emigrazione potrebbe continuare a ridurre la base demografica attiva e accentuare le difficoltà del sistema economico. Secondo lo studio, la perdita di lavoratori qualificati potrebbe incidere sulla disponibilità di competenze nei settori ad alta specializzazione e aggravare la riduzione della popolazione in età lavorativa, incidendo inoltre sulla produttività e sulla capacità innovativa del Paese. 

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