di Alessandra Schofield
Olio d’oliva italiano Oro verde prezioso e a rischio. Secondo il portale Oleario del CREA, che riporta dati ISMEA su AGEA, la Lombardia ha una produzione media di olio d’oliva pari a 4.883 quintali nel triennio 2023-2024 e circa 2.225 ettari investiti a olivo. Si tratta quindi di una regione olivicola minore sul piano quantitativo, ma significativa per specificità territoriale.
La produzione è concentrata soprattutto nelle aree lacustri: il baricentro principale è il Garda, in particolare la provincia di Brescia; seguono il Sebino, l’area del Lago d’Iseo tra Brescia e Bergamo, e il Lario, l’area del Lago di Como nelle province di Como e Lecco. Sono microaree relativamente miti, protette dall’effetto termoregolatore dei laghi e spesso collocate su versanti ben esposti. Il lago attenua gli estremi climatici, riduce il rischio di gelate intense e crea condizioni più favorevoli rispetto alla pianura interna o alle zone montane più fredde. I due principali riferimenti di qualità sono la Garda DOP, condivisa con Veneto e Trentino, e la Laghi Lombardi DOP, articolata in Sebino e Lario.
L’olio lombardo viene spesso descritto come delicato, tendenzialmente elegante, con profili fruttati, note erbacee e di mandorla, amaro e piccante generalmente contenuti e basso livello di acidità. Gli oliveti lombardi, soprattutto nel Lario e nel Sebino, sono spesso piccoli, frammentati, situati su versanti difficili o in contesti assimilabili all’agricoltura eroica. I costi di gestione possono essere elevati, la meccanizzazione non sempre agevole e la produzione fortemente esposta all’andamento climatico dell’annata. Il Consiglio Regionale Lombardo ha definito addirittura “eroica” la dimensione delle aziende coinvolte nella produzione DOP certificata di Lario e Sebino. Vediamo perché.
Gli olivicoltori italiani stanno attraversando una fase difficile per la sovrapposizione di problemi produttivi, economici, climatici, fitosanitari e commerciali. Sebbene il settore resti uno dei simboli più forti dell’agricoltura italiana e l’Italia produca un olio di grande valore qualitativo e territoriale, molte aziende faticano a trasformare quel valore in reddito stabile.
Dopo le quotazioni elevate degli ultimi anni, il mercato ha registrato una correzione molto marcata. Secondo ISMEA, nella prima settimana di giugno 2026 l’olio extravergine di oliva italiano si collocava a 6,09 euro al chilo, con una flessione del 36,6% rispetto alla stessa settimana dell’anno precedente. Questa caduta dei prezzi è particolarmente problematica perché non si accompagna a una riduzione equivalente dei costi di produzione, che restano elevati per energia, gasolio agricolo, concimi, trattamenti fitosanitari, potatura, raccolta e manodopera. La conseguenza è una compressione dei margini. Coldiretti e Unaprol hanno denunciato prezzi riconosciuti agli olivicoltori scesi fino a circa 5 euro al litro, contro circa 9 euro dell’anno precedente, sostenendo che tali valori siano inferiori ai costi medi di produzione.
L’olivicoltura italiana è spesso costituita da aziende piccole, appezzamenti frammentati, oliveti storici, terreni collinari o terrazzati e impianti non sempre adatti alla meccanizzazione. Questo comporta costi di gestione più alti rispetto agli oliveti intensivi e superintensivi presenti in altri Paesi produttori, come Spagna, Grecia, Tunisia, Marocco e altri Paesi mediterranei, dove sono più diffuse aziende più grandi, impianti più moderni, maggiore meccanizzazione, rese più elevate per ettaro e minori costi unitari.
A questa fragilità strutturale si aggiunge l’instabilità produttiva. L’olivo è una coltura alternante per natura, ma negli ultimi anni l’alternanza è stata accentuata da siccità, ondate di calore, eventi estremi e squilibri stagionali. Una campagna abbondante può far scendere i prezzi; una campagna scarsa può far salire le quotazioni, ma riduce il prodotto disponibile per gli agricoltori. In entrambi i casi, l’azienda olivicola resta esposta a forte instabilità. Pur essendo una pianta mediterranea resistente, l’olivo non è immune agli stress climatici: siccità prolungata, temperature anomale durante la fioritura, carenza idrica, gelate tardive, caldo eccessivo, nuovi equilibri fitosanitari e irregolarità delle piogge possono compromettere allegagione, resa in olio, qualità organolettica e sanità delle piante. Il CREA ha collegato esplicitamente Xylella e cambiamento climatico alla necessità di ricerca su varietà più resistenti e sistemi produttivi più sostenibili per gli areali colpiti.
Nel frattempo, gli olivicoltori devono confrontarsi con la concorrenza dell’olio estero. L’Italia consuma, confeziona ed esporta più olio di quanto produce internamente, quindi l’importazione è fisiologica e non può essere considerata di per sé negativa. Tuttavia, quando l’olio estero entra nella filiera italiana a prezzi più bassi, esercita pressione sulle quotazioni del prodotto nazionale. Il problema diventa più grave quando l’origine non è comunicata con sufficiente chiarezza al consumatore o quando si verificano frodi, miscelazioni irregolari o pratiche ingannevoli. In questi casi, l’olivicoltore italiano subisce una doppia penalizzazione: compete con prodotti meno costosi e vede indebolita la reputazione dell’olio autenticamente italiano. Se il consumatore non distingue chiaramente tra olio italiano, olio comunitario, olio non comunitario, miscele e prodotti di diversa categoria qualitativa, il prezzo viene guidato soprattutto dal confronto al ribasso. Ne risultano danneggiati in particolare i produttori che lavorano su qualità, cultivar locali, DOP, IGP, biologico, raccolta anticipata, molitura tempestiva e vendita territoriale.
Di fatto, chi vende olive o olio sfuso ha spesso minore capacità di determinare il prezzo rispetto a frantoi, imbottigliatori, distributori e grande distribuzione, quindi molti olivicoltori restano esposti alla logica del prezzo corrente, senza riuscire a valorizzare adeguatamente qualità, territorio e identità varietale. Inoltre, quando la produzione torna a crescere dopo annate scarse, le giacenze possono aumentare e i compratori possono attendere ulteriori ribassi prima di acquistare. L’olivicoltore privo di capacità di stoccaggio, capitale circolante o canali di vendita propri è quindi spesso costretto a vendere in momenti sfavorevoli.
Anche il ricambio generazionale rappresenta un problema. Molti giovani faticano a entrare nel settore olivicolo se non vedono prospettive economiche sufficientemente stabili. In alcune aree il rischio è l’abbandono degli oliveti, soprattutto marginali o difficili da gestire. L’abbandono, a sua volta, produce perdita di presidio territoriale, aumento del rischio incendi, degrado del paesaggio agrario, diffusione di fitopatie e riduzione della biodiversità coltivata.
Il nuovo Piano Olivicolo Nazionale 2026-2031 cerca di rispondere a questa crisi strutturale attraverso aumento della produzione nazionale, ristrutturazione degli oliveti, nuovi impianti in aree vocate, irrigabili e meccanizzabili, agricoltura di precisione, ricerca, innovazione, aggregazione della filiera e rafforzamento della competitività. Secondo le ricostruzioni di settore, il piano punta a un incremento produttivo del 25% e prevede interventi su decine di migliaia di ettari, con risorse indicate in centinaia di milioni di euro.
Non tutti gli oliveti possono essere però trasformati secondo modelli intensivi. Esistono aree particolari per le quali servono strumenti diversi, come sostegno al paesaggio rurale, turismo oleario, filiere corte, certificazioni territoriali e valorizzazione del ruolo ambientale dell’oliveto.
