• Luglio 9, 2026
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di Alessandra Schofield


Longevità della popolazione italiana Rischio o risorsa? Secondo il recente Report Censis Invecchiare nell’Italia della longevità, l’invecchiamento della popolazione italiana è ormai una trasformazione strutturale del Paese e una priorità pubblica ancora fortemente sottovalutata.
Oggi sono circa 15 milioni le persone che hanno superato la soglia dei 65 anni: in pratica, un quarto degli italiani. Si tratta però, spesso, di un’anzianità più formale che sostanziale, perché la vita reale delle persone in questa fascia d’età è oggi molto diversa dalle rappresentazioni tradizionali che associano automaticamente la vecchiaia alla marginalità, alla perdita di salute, alla dipendenza e al costo sociale. La longevità contemporanea è descritta infatti come una condizione molto più individualizzata, fatta di bisogni, desideri, aspettative, risorse e vulnerabilità che cambiano da persona a persona.
Proprio per questo il Censis sceglie di raccontare i longevi a partire dal loro punto di vista e dal loro vissuto, superando letture generalizzate e stereotipate della condizione anziana.
La longevità è senz’altro una conquista rilevante, legata al miglioramento delle condizioni economiche, sociali, sanitarie e materiali di vita. Tuttavia, diventa una criticità sistemica quando, come accade nel nostro Paese, all’aumento della popolazione anziana si accompagna la riduzione dei nuovi nati e dei giovani. Da questo squilibrio derivano pressioni sul mercato del lavoro, sul welfare, sullo sviluppo economico e sulla tenuta delle reti familiari, oltre che tensioni intergenerazionali, alimentate da una rappresentazione degli anziani come soggetti responsabili del consumo di risorse pubbliche e dell’aumento del debito.
La realtà, tuttavia, è molto più complessa.
Una parte consistente degli anziani è composta da persone che si percepiscono ancora autosufficienti, apprezzano la propria autonomia, ma avvertono limiti crescenti nello svolgimento delle attività ordinarie. Non si tratta necessariamente di non autosufficienza conclamata, ma di una vulnerabilità più minuta e diffusa: piccoli disturbi fisici o cognitivi, difficoltà psicologiche e materiali, ostacoli burocratici, amministrativi, relazionali o tecnologici. Rientrano in questa zona grigia, per esempio, la gestione della spesa, del conto bancario, delle app per pagamenti o prenotazioni, oppure l’accesso ai servizi digitalizzati.
Si pone quindi non soltanto il tema del vivere più a lungo, ma quello del vivere meglio e più a lungo in condizioni di autonomia. La speranza di vita alla nascita è ormai prossima agli 84 anni, ma la speranza di vita in buona salute si ferma prima dei 60 anni, mentre dopo i 65 anni gli anni senza limitazioni funzionali sono poco più di 10. Di conseguenza, ciò che preoccupa non è in astratto la durata della vita, ma la perdita dell’autonomia e l’ingresso nella non autosufficienza.
La società italiana non appare pronta ad affrontare l’onda d’urto combinata della non autosufficienza e della fragilità diffusa. I fabbisogni di supporto crescono mentre le famiglie si restringono, vivere soli diventa più frequente soprattutto nelle età più avanzate, e il welfare mostra crescenti difficoltà di risposta. I costi della longevità vengono così privatizzati dentro una gestione delle fragilità che resta in larga misura sulle spalle degli individui, delle reti familiari e informali e, quando disponibili, delle risorse patrimoniali personali.
Per il Censis occorre, quindi, costruire un’infrastruttura sociale diffusa, capace di offrire assistenza, accompagnamento, supporto territoriale e servizi anche per le fragilità meno evidenti, ma quotidianamente rilevanti.
L’Italia è il Paese dell’Unione europea con la più alta incidenza di popolazione anziana. Le persone con almeno 65 anni rappresentano ormai una quota molto consistente della popolazione, con una presenza elevata in tutte le aree del Paese. Le differenze territoriali esistono, ma non modificano il quadro generale: l’invecchiamento riguarda l’intero territorio nazionale, con punte particolarmente marcate in regioni come Liguria, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia.
La trasformazione appare ancora più evidente se osservata in prospettiva storica. Nel secondo dopoguerra gli anziani costituivano una componente molto più contenuta della popolazione; nel corso dei decenni sono progressivamente aumentati fino a diventare una delle fasce centrali della società italiana. La crescita è particolarmente evidente nelle età più avanzate: gli over 80, gli over 90 e i centenari sono oggi molto più numerosi rispetto al passato, segnalando un profondo allungamento della vita.
Contestualmente, le persone fino a 17 anni, un tempo molto più presenti nella struttura demografica italiana, sono sensibilmente diminuite. Anche i giovani tra 18 e 34 anni pesano meno rispetto al passato, mentre la popolazione con almeno 65 anni è cresciuta in modo molto marcato. Nei prossimi decenni questa tendenza è destinata a proseguire: aumenteranno ancora le persone con almeno 65 anni, così come gli over 80, gli over 90 e i centenari.
Le donne sono più numerose nelle età anziane, soprattutto nelle fasce più elevate, per effetto della maggiore speranza di vita. Cresce inoltre il rischio di vivere soli, condizione che riguarda una parte significativa delle persone con almeno 65 anni e diventa sempre più frequente tra gli over 75 e gli over 85. Il dato segnala l’erosione della rete familiare convivente, che in Italia ha tradizionalmente rappresentato uno dei principali pilastri del sostegno agli anziani.
Vivere più a lungo, però, non significa necessariamente vivere sempre in buona salute o senza limitazioni funzionali. Pur in presenza di alcuni miglioramenti, resta ampio il tratto di vita in cui molte persone devono convivere con difficoltà fisiche o mentali, cronicità, deficit funzionali e progressiva perdita di autonomia.
Sul piano economico, gli anziani di oggi dispongono mediamente di condizioni più solide rispetto alle generazioni precedenti. Percorsi contributivi più continui, pensioni più consistenti, carriere maturate negli anni della crescita economica e accesso alla proprietà della casa hanno favorito una patrimonializzazione significativa. Le famiglie con principale percettore anziano presentano un reddito mediamente inferiore alla media generale, ma in miglioramento nel lungo periodo; sul piano patrimoniale, mostrano invece una maggiore consistenza della ricchezza familiare rispetto al complesso delle famiglie italiane.
Questa solidità economica, tuttavia, non elimina le disuguaglianze interne alla popolazione anziana. Le persone sole con almeno 65 anni risultano più vulnerabili, perché dispongono di risorse familiari e relazionali più limitate. Il rapporto segnala inoltre la crescita dell’occupazione in età avanzata: sempre più persone tra 65 e 89 anni continuano a lavorare, sia per effetto delle riforme pensionistiche sia per la volontà di una parte degli anziani di mantenere un’attività professionale.
La longevità rappresenta dunque una risorsa e un segno del progresso sociale del Paese. Tuttavia, intrecciata alla denatalità, alla riduzione della popolazione giovane, alla solitudine crescente e all’indebolimento delle reti di welfare, non può essere affrontata solo come una questione individuale o familiare. Richiede invece risposte collettive, territoriali e strutturate, capaci di sostenere l’autonomia, prevenire la fragilità e riconoscere il ruolo sociale dei longevi nell’Italia contemporanea.

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